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Una tarantella sotto il pergolato in un dipinto di Eduardo Dalbono
Ballerini di tarantella in costume in una fotografia di Giorgio Sommer, intorno al 1870
Tarantella su una terrazza affacciata sul golfo di Napoli, dipinto di Enrico Forlenza (XIX secolo)
Tarantella a Palazzo Donn'Anna con il Vesuvio sullo sfondo, dipinto di Pietro Fabris (XVIII secolo)

Storia e tradizioni · Sorrento

La tarantella: storia della danza tipica sorrentina

Dai culti dionisiaci alle sale degli alberghi dell'Ottocento: origini, strumenti, gesti e costumi della tarantella, la danza più famosa del Sud Italia.

4 min di lettura

Una tarantella sotto il pergolato in un dipinto di Eduardo Dalbono

Foto: Eduardo Dalbono, Public domain

Ballerini di tarantella in costume in una fotografia di Giorgio Sommer, intorno al 1870

Foto: Giorgio Sommer, CC0

Tarantella su una terrazza affacciata sul golfo di Napoli, dipinto di Enrico Forlenza (XIX secolo)

Foto: Enrico Forlenza, Public domain

Tarantella a Palazzo Donn'Anna con il Vesuvio sullo sfondo, dipinto di Pietro Fabris (XVIII secolo)

Foto: Pietro Fabris, Public domain

La tarantella è la danza popolare più famosa del Sud Italia e a Sorrento ha una storia lunga e affascinante. Nata da antichi riti, dipinta dai pittori del Grand Tour e descritta da scrittori di mezza Europa, è diventata un simbolo della cultura napoletana e ancora oggi accompagna feste e spettacoli folkloristici.

Un nome che viene da Taranto

Il termine tarantella appartiene a una famiglia di parole (taranta, tarantola, tarantato, tarantolato) che hanno tutte una radice comune: Taranto. Un'altra ipotesi lo collega invece alle vesti discinte, quasi oscene, che indossavano i danzatori nei baccanali. Il tarantismo rimanda infatti ai culti orgiastici della Grecia antica legati a Dioniso, il dio più importante della zona di Taranto: durante le feste dionisiache l'intera città si abbandonava all'ebbrezza. Nel Medioevo la Chiesa represse questi culti, che sopravvissero solo in alcuni momenti dell'anno e in particolari manifestazioni popolari.

La tarantella napoletana nasce nel Settecento, quando il tarantismo entra in crisi: nell'area napoletana perde ogni valore simbolico e diventa semplicemente danza.

Strumenti, passi e canti

Come nella tradizione tarantina, la tarantella napoletana usa strumenti a fiato, a corda e a percussione, ma vi aggiunge strumenti popolari come il putipù, lo scetavajasse, le nacchere e il triccaballacche, privilegiando il ritmo. I movimenti seguono fasi precise: in piedi, la caduta al suolo, poi figure a terra arricchite da altri passi (il salto, la ruota, la voltata, l'accostamento) fino all'abbraccio finale.

Le canzoni cantate sulla sua musica sono moltissime, spesso con un sottofondo erotico: tra le più note Cicerenella, Zi' Catone e soprattutto Lo guarracino, la storia di un pesce che, volendo sposare una sardella, scatena una furiosa battaglia tra gli abitanti del mare. Dietro la favola marina si nascondono allusioni alla rivolta di Masaniello e significati più maliziosi.

Chi la ballava

La tarantella era ballata soprattutto dai giovani del popolo, ma anche da borghesi e nobili, ovunque: in città e in campagna, su una terrazza, in sale pubbliche o private. Si danzava in ogni occasione, ma in alcune era quasi d'obbligo per il suo forte significato collettivo, come la vendemmia, la festa di Piedigrotta e quella della Madonna dell'Arco. In origine la ballavano solo le ragazze, accompagnandosi con il tamburello; più tardi entrarono in scena anche gli uomini. Poteva essere eseguita da una sola coppia o da più coppie, al suono di nacchere e tamburelli e con la partecipazione del pubblico.

Il Grand Tour, la pittura e la letteratura

Tra Settecento e Ottocento i viaggiatori del Grand Tour, da Goethe a John Ruskin, dal tesoriere Bergeret de Grancourt ai fratelli de Goncourt, portarono con sé pittori e disegnatori che ritrassero spesso la tarantella; nei loro quadri il vino, bevuto o evocato da botti e fiaschi, è quasi sempre presente, richiamo diretto alle radici dionisiache della danza. A metà Ottocento Gustave Flaubert e Maxime Du Camp affidarono i ricordi di viaggio già alla fotografia. Stampatori e pittori napoletani produssero intanto immagini in serie, di scarso valore artistico ma preziose per capire come la danza stesse diventando un richiamo commerciale. La tarantella comparve persino su ventagli, stoffe ricamate (una è conservata al Museo di San Martino a Napoli) e sculture, come il Giovane pescatore che danza la tarantella di Francisque Duret, al Louvre.

Anche gli scrittori ne rimasero incantati. Goethe la descrisse durante il suo viaggio in Italia del 1787, l'inglese Henry Swinburne si soffermò sui passi, Madame de Staël ne fece una danza da salotto nel romanzo Corinne (1807) e Henrik Ibsen, che aveva soggiornato a Sorrento, ne mise in scena tutta la sensualità in Casa di bambola (1879). Una leggenda le attribuisce addirittura origini sorrentine: sarebbero state le Sirene a ballarla per sedurre Ulisse, e per punizione le Grazie avrebbero trasformato le loro gambe in coda di pesce.

Costumi e coreografia

Già alla fine dell'Ottocento gli albergatori allestivano sale apposite dove gruppi locali, pagati per esibirsi, ballavano la tarantella per i turisti; eppure, secondo le testimonianze dello scrittore francese A. Dauzat e della viaggiatrice Magdeleine Pidoux, la danza conservava la grazia dei movimenti e l'ebbrezza della sua musica. Nel 1927 il volume Le cento città d'Italia descriveva così il costume sorrentino: per la donna un vestito cremisi, celeste e arancione, gonna ampia e pieghettata con orli, frange e trine d'oro, grembiule bianco ricamato, calze traforate, orecchini a rosetta e fili di perle; per l'uomo calzoni neri o verdi al ginocchio, panciotto rosso a doppio petto, giacca verde, gialla o rossa, calze bianche, fascia di seta colorata e berretto di lana rossa ricadente a destra.

La danza racconta una storia d'amore. Comincia tra due giovani innamorati: ai primi passi gioiosi seguono capricci, malumori e sdegno. La ragazza riconosce il torto e cerca di trattenere il compagno piegando un ginocchio a terra; lui le gira intorno vittorioso, la perdona e la rialza. Poi la scena si capovolge: è l'uomo a mostrarsi infedele, a inginocchiarsi e a essere perdonato. Alla fine, felici, i due suggellano il loro amore con una danza sempre più vivace. Per conoscere le altre tradizioni della città leggete tradizioni ed eventi a Sorrento e la storia della canzone napoletana.

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